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Caparra: la decisione delle Sezioni Unite PDF Stampa E-mail

Le Sezioni Unite della Cassazione, con sentenza del 14.1.2009, n. 553, a scioglimento di un contrasto giurisprudenziale, affermano che è improponibile la domanda chiesta per la prima volta in appello di recesso dal contratto di cui in primo grado si sia chiesta e ottenuta la risoluzione.

Tizio, Caio, Sempronio e Mevio concludevano un preliminare con Calpurnio e Filano versando la caparra confirmatoria di 65 milioni di Lire e, successivamente, un acconto di 85 milioni di Lire. I promissari acquirenti, inoltre, si impegnavano a pagare il residuo prezzo ai promittenti venditori entro un pattuito termine versando a scopo di garanzia alcuni effetti cambiari.

 Calpurnio e Filano, peraltro, non accettavano tali titoli cambiari in locum pecuniae. Ragion per cui i promissari acquirenti agivano in giudizio chiedendo la risoluzione del preliminare per inadempimento delle controparti e la conseguente restituzione delle somme sino ad allora versate.

 I promittenti venditori, nel costituirsi in giudizio, chiedevano il rigetto della domanda degli attori e, in via riconvenzionale, la risoluzione del preliminare per inadempimento dei promissari acquirenti, i quali – nonostante la diffida a comparire – non si erano presentati di fronte al notaio per la stipula del definitivo. Chiedevano altresì la ritenzione della caparra.

 Il Giudice di primo grado – dichiarato risolto il contratto per inadempimento dei promissari acquirenti – condannava peraltro i convenuti alla restituzione della caparra per mancata prova del danno da costoro lamentato.

 Entrambe le parti impugnavano la sentenza. Nella specie, i promissari acquirenti chiedevano che fossero loro riconosciuti e corrisposti gli interessi sulla somma versata a titolo di caparra; i promittenti venditori, invece, chiedevano (per la prima volta) di esercitare il diritto di recesso da contratto, giusta quanto stabilito dall’art. 1385 c.c., con conseguente ritenzione della caparra.

 Il giudice d’appello accoglieva la domanda dei promissari acquirenti condannando i promittenti venditori alla corresponsione degli interessi sulla versata caparra e alla restituzione dell’ulteriore somma versata a titolo di acconto sul maggior prezzo.

 Il medesimo Giudice rigettava invece la domanda dei promittenti venditori in quanto nuova e, dunque, improponibile in sede di appello.

 Questi ultimi ricorrevano per cassazione. L’esame della controversia veniva rimesso alle Sezioni Unite affinché queste risolvessero il contrasto giurisprudenziale sulla questione relativa alla proponibilità in appello della domanda di recesso dal contratto preliminare, di cui in primo grado si sia chiesta e ottenuta la risoluzione, con la contestuale ritenzione della caparra ex art. 1385 c.c.

Effettivamente, mentre una parte della giurisprudenza ammette la proponibilità in appello della domanda di recesso in sostituzione di quella di risoluzione chiesta in primo grado (Cass. 24.1.2002, n. 849; Cass. 6.9.2000, n. 11760; Cass. 11.1.1999, n. 186),  in quanto entrambe volte allo scioglimento del contratto, non costituendo dunque la seconda un novum rispetto alla prima, e ritenendo altresì che la domanda di ritenzione della caparra conseguente al recesso è comunque una domanda di risarcimento, un’altra parte della giurisprudenza sostiene, al contrario, che la domanda di recesso non possa sostituire in appello quella di risoluzione chiesta e ottenuta in primo grado (Cass. 19.4.2006, n. 9040; Cass. 2.12.2005, n. 26232; Cass. 26.5.1989, n. 2557), anche alla stregua del fatto che non si può recedere da un contratto che già risolto.

 Le Sezioni Unite, dopo un’ampia premessa in tema di caparra, giungono alla conclusione della inammissibilità della domanda di recesso in sostituzione di quella originaria di risoluzione chiesta in primo grado, in quanto la stessa presenterebbe il carattere della novità e dunque violerebbe l’art. 345 c.p.c.

 Invero, posto che il recesso altro non è che una forma di risoluzione stragiudiziale del contratto che presuppone l’inadempimento della controparte e posto che la ritenzione della caparra (o del suo doppio) altro non integri che una forma di risarcimento, allora l’unica ragione per cui il contraente incolpevole debba preferire l’azione di risoluzione sta nell’intento di conseguire un risarcimento auspicabilmente maggiore rispetto all’ammontare della caparra.

 La questione principale, dunque, sta nell’analizzare l’interazione non tanto tra risoluzione e recesso, quanto tra risarcimento e ritenzione della caparra.

 Invero, può facilmente comprendersi come la domanda di ritenzione della caparra conseguente al recesso sia fondata su una causa petendi diversa da quella riconnessa all’azione di risarcimento conseguente alla risoluzione.  Proprio la finalità di liquidazione immediata, forfetaria, stragiudiziale, posta nell’interesse di entrambe le parti, viene irrimediabilmente esclusa dalla pretesa giudiziale di un maggior danno da risarcire (e provare), poiché la semplificazione stragiudiziale del procedimento di ristoro conseguente alla sola ritenzione della caparra tramonta, inevitabilmente e definitivamente, al cospetto delle barriere processuali sorte per effetto di una domanda dalla natura strettamente risarcitoria, e perciò solo del tutto alternativa.

 In definitiva, secondo le Sezioni Unite, i rapporti tra azione di risoluzione e di risarcimento da una parte e azione di recesso e ritenzione della caparra dall’altra, si pongono in termini di assoluta incompatibilità strutturale e funzionale, per cui, proposta la domanda di risoluzione per ottenere il risarcimento integrale dei danni subiti a causa dell’altrui inadempimento, non può ritenersene consentita la trasformazione in domanda di recesso con ritenzione della caparra, perché verrebbe altrimenti vanificata la funzione della caparra, di consentire una liquidazione anticipata e convenzionale del danno evitando il contenzioso.

 
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